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December 15, 2017

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Venezia. Una “cittadinanza delle donne” orfana del “Centro Donna” -

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domenica, 11 settembre 2016

Venezia. Una “cittadinanza delle donne” orfana del “Centro Donna”

rosse-venezia

La recente campagna referendaria ha posto al centro del dibattito nazionale la nostra Carta Costituzionale e la straordinaria partecipazione al voto ha significato, in primis, che la legge fondamentale del nostro Stato è un patrimonio comune dal quale non si prescinde.

Forse, l’articolo che, più di altro, è impresso nelle menti delle cittadine e dei cittadini italiani è l’art.3 che afferma:” Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Tuttavia, al Costituente non bastò l’enunciazione teorica del principio d’eguaglianza. Infatti, nella consapevolezza di quanto fossero (e siano) radicati e pervicaci i fattori di diseguaglianza e di soggezione materiale, al secondo comma precisò: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Se al primo comma viene, perciò, sancito il principio di uguaglianza formale, il secondo impone allo Stato di intervenire per tentare di raggiungere l’uguaglianza sostanziale dei cittadini e delle cittadine. Risulta, allora, necessario adeguare le norme giuridiche (e le politiche locali e nazionali) ai vari aspetti della vita sociale trattando, in modo uguale, situazioni uguali e, in modo diverso, situazioni differenti. L’impegno dello Stato dovrà, così, essere teso non soltanto a eliminare ogni situazione di privilegio che offenda la pari dignità, ma anche promuovere una politica di sostegno e di aiuto che consenta la piena e libera affermazione della persona umana. Il principio di eguaglianza si lega, così, strettamente all’idea di cittadinanza: non può esistere un reale esercizio della cittadinanza lì dove non ci sia una pari dignità sociale atta a favorire il pieno sviluppo della persona umana e tale condizione può verificarsi solo garantendo pari opportunità di base e l’effettiva partecipazione di tutte e tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questi brevi cenni credo siano sufficienti per comprendere quale sia la stratificazione significativa di un’espressione quale “cittadinanza delle donne” e l’importanza che l’Amministrazione Comunale di Venezia ne preveda una specifica delega attribuita attualmente alla Vice-Sindaco, Luciana Colle. Si tratta di una delega che ha una lunga storia: un assessorato alla “condizione femminile” (questa era stata l’iniziale denominazione) fu istituito (primo in Italia) nel lontano 1975, con quella che, escludendo la Giunta Gianquinto dell’immediato dopoguerra, fu la Prima Giunta di Centro Sinistra. La delega fu assegnata ad Anna Palma Gasparini, poi, negli anni la denominazione (quasi ad indicare la maturazione e crescente consapevolezza della società civile e dell’Amministrazione Comunale che tentava di farsene interprete) mutò: divenne, nel 1988, alle “pari opportunità” con Giorgina Berto Nascimbeni, infine nel 1993, “alla cittadinanza delle donne” con Franca Bimbi e, da allora, il nome è rimasto tale.

La storia del Centro Donna, in questa città, a partire dall’occupazione di Villa Franchin nel lontano novembre del 1977, è stata strettamente connessa non soltanto alle politiche dell’Amministrazione Comunale nel suo complesso, ma anche a quella di un referato specifico che, nel corso degli anni ha assunto, appunto, il nome di “cittadinanza delle donne”. Per questo il Centro donnaha rappresentato, in tutti questi anni, un’esperienza profondamente innovativa e di avanguardia nel rapporto tra istituzioni e cittadinanza, tanto da divenire un modello a livello nazionale ed europeo.

L’attuale Giunta Comunale, dopo aver (con la delibera di giunta del 27 settembre 2016 «Riorganizzazione del Comune di Venezia — Attuazione seconda fase») “spacchettato” questo “luogo di elaborazione politica e culturale autonoma e separata delle donne” (delibera istitutiva del “Centro donna” del 19 dicembre 1988 e successive integrazioni) attribuendo funzioni e servizi, che, in precedenza, erano unitari e coordinati, a direzioni ed assessorati diversi (la biblioteca di genere al sistema bibliotecario comunale e il Centro Antiviolenza all’Assessorato alla Coesione sociale), successivamente, con la deliberazione n.366 del 22 novembre (modifiche al funzionigramma), ha rivisto tali posizioni (probabilmente nel tentativo di rispondere all’allarme suscitato non solo tra le donne di questa città, ma addirittura a livello nazionale, tanto che Sinistra Italiana aveva presentato un’interrogazione parlamentare su questa questione, successivamente ritirata per il modificarsi della situazione) e ha riaccorpato la biblioteca al “Centro Donna”, assegnandola alla stessa direzione (coesione sociale) cui fa capo il “Centro donna”, ricostruendo così, quantomeno sulla carta, l’unitarietà del “Centro Donna”.

Perché lamentarsi, allora, visto che l’Amministrazione Comunale mantiene la delega alla Cittadinanza delle donne e garantisce l’unitarietà al “Centro donna”? Beh, forse, a chi non ha potuto seguire da vicino la questione, è sfuggito un “piccolo particolare”: il “Centro donna” non è di competenza della Vicesindaco Colle, che (nota bene) ha la delega alla Cittadinanza della donne, ma “dipende” dall’Assessore Venturini, che ha il referato alla “Coesione sociale”…! In casi come questi, veramente, la realtà supera ogni immaginazione…! Che “c’azzecca” la “coesione sociale” con il “Centro Donna”? E ancora: che senso ha mantenere una delega alla “cittadinanza delle donne” quand’essa è soltanto nominale, quando rimane orfana di una qualsiasi connessione con il Centro Donna, che è il luogo simbolico e reale della presenza delle donne nella città e dell’esercizio della loro cittadinanza attiva?

Sarebbe proprio il caso che chi ci governa iniziasse a rendersi conto che il 4 dicembre i cittadini, in maniera ancor più massiccia, le cittadine italiane hanno “rivotato” per la nostra Costituzione, probabilmente esprimendo, con il loro voto, soprattutto il desiderio che essa venga concretamente attuata a cominciare dai suoi principi fondamentali: dal diritto al lavoro alla salute, dall’istruzione alle politiche di genere.

Forse, sarebbe il caso che l’Amministrazione Comunale di Venezia iniziasse a comprendere che le città sono (o dovrebbero essere) i luoghi in cui maggiormente si può rendere effettiva la “cittadinanza” (compresa quella delle donne) intesa sia come partecipazione democratica alla vita pubblica sia come accesso a una serie di servizi volti a rimuovere quegli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Renata Mannise, Comitato promotore
Sinistra Italiana Venezia

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