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Le osservazioni di SEL Veneto al piano cave regionale

cave

Le osservazioni di SEL al piano cave: non servono nuove autorizzazioni

Il Piano della Regione si preoccupa quasi esclusivamente di dare fiato (e ghiaia) al settore dell’escavazione, limitando gli scrupoli ambientali al solo ambito delle conseguenze dirette dell’attività di scavo, senza alcuna riflessione sul tema del consumo di suolo. E anzi con le sue stime ottimistiche sul fabbisogno, il piano pare auspicare un ritorno di fiamma dell’ansia cementizia che ha imperversato in questi anni e ha ricoperto gran parte della campagna veneta.

Una malintesa preoccupazione per l’occupazione rischia in realtà di assecondare il declino del settore, se non sceglie di pianificare una nuova fase di sviluppo realmente sostenibile e diverso, dove le possibilità di tenuta del settore delle costruzioni non sono legate a quanto territorio si è ancora disposti a sacrificare ma all’efficentamento energetico, al recupero, al rinnovo e alla messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente e del nostro fragile territorio. Per questo a livello nazionale SEL chiede un piano verde per il lavoro che punti a direzionare lì importanti investimenti pubblici.

Il Prac intende pianificare il fabbisogno di materia prima per l’edilizia del prossimo decennio.

Noi chiediamo che il piano preveda di soddisfare il fabbisogno attingendo alle riserve e utilizzando parte delle enormi riserve di materiale già autorizzato e non ancora scavato.

Rispetto ai precedenti piani, quello del 2003 e la sua versione rivista del 2008, il fabbisogno stimato non è più stellarmente esagerato ma è ancora sovradimensionato rispetto:

  1. al momento di crisi del settore delle costruzioni, che non è solo un fatto congiunturale ma impone alle imprese del settore un ridirezionamento della propria attività verso interventi sul già costruito anziché su nuove costruzioni. E’ questo del resto l’orientamento delle stesse associazioni di categoria dei costruttori;
  2. alle esigenze di stoppare il consumo del suolo, attività nel quale il Veneto è stato uno dei campioni nazionali, condivise sempre dalla popolazione, tanto da diventare oramai oggetto di specifici interventi legislativi di iniziativa del Governo e della Giunta Regionale;
  3. all’esigenza di una riconversione ecologica dell’economia, che SEL ritiene indispensabile per delineare una via di uscita dalla crisi economica e sociale nella quale ci ha portato la finanziarizzazione dell’economia e un modello di sviluppo vorace e rapace che deve lasciar posto ad un modello di sviluppo che assuma in sé il concetto del limite e ne faccia un elemento di nuova economia e nuova occupazione.

Il fabbisogno complessivo che il piano stima per il prossimo decennio è di 120 milioni di metri cubi di materiali vari per l’edilizia (sabbia e ghiaia, calcari per costruzioni, detriti). La stima tiene conto dell’andamento del settore del decennio 2000-2011 e lo proietta sul decennio a venire, ma gli andamenti del settore delle costruzioni, della domanda di alloggi, degli investimenti in opere pubbliche, dimostrano come negli ultimi anni siamo entrati in una nuova dimensione rispetto all’era della cementificazione allegra e della costruzione sovrabbondante di abitazioni, che oggi riempono le nostre città di alloggi vuoti. Va quindi preso a riferimento questo nuovo contesto, che non è destinato a svanire nel giro di poco tempo per ritornare all’euforia cementizia.

Il piano stima che di questi 120 milioni, 45 possano provenire da fonti alternative rispetto all’escavazione in cava e 75 dalle cave.

In realtà la quota di materiale da fonti alternative può stimarsi ragionevolmente in quantità superiore, soprattutto per quanto riguarda la componente di esso che deriva dal recupero di inerti da costruzione e demolizione, come avviene in altri paesi europei dove le percentuali di recuperato superano il 90%. Nel piano questa quota è stimata in 18 milioni di metri cubi, in lievissimo aumento rispetto a quanto si stima già oggi avvenga, mentre una scelta decisa in questa direzione e l’adozione di misure conseguenti (incentivi al recuperato e disincentivi all’uso di materiale da cava, previsione nei capitolati di opere pubbliche di quote di materiale da recupero, etc.) può portare a risultati molto più significativi.

Quindi prevedendo un drastico abbassamento della stima del fabbisogno e un aumento della quota di questo che può essere soddisfatta da fonti alternative alle cave, ne deriva che il fabbisogno di materiale da cavare (75 milioni) possa tranquillamente essere dimezzato.

A questo punto si tratta di decidere se servono nuove autorizzazioni, come prevede il piano, che consente ampliamenti alle cave esistenti, oppure se è sufficiente quanto già autorizzato e non ancora estratto. Lo stock di riserve già autorizzate al 2011 era di 121 milioni di metri cubi, quindi a iosa. Percio è del tutto realistico chiedere che il piano vada rifatto e che preveda di non dover concedere alcuna nuova autorizzazione.

Sinistra Ecologia Libertà Veneto

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